Il progetto di ampliamento della villa comunale di Solarino

Solarino. finanziato il progetto di ampliamento villa comunale

Finanziato il progetto di ampliamento della villa comunale. La notizia è arrivata nei giorni scorsi dal governo regionale che erogherà i 2 milioni 500 mila euro necessari per la realizzazione dell’opera.

I fondi, riservati a progetti di valorizzazione turistica, dovrebbero arrivare nelle prossime settimane e permetteranno, probabilmente già entro la fine del 2012, di intervenire sulla villa comunale apportando ampliamenti e migliorie che renderanno più fruibile il sito.

I terreni immediatamente adiacenti saranno annessi alla villa comunale che diverrà in questa maniera un luogo centrale nella vita della comunità solarinese. Con questi interventi si potrà infatti contare su un ampio spazio da dedicare alle passeggiate nel verde, al relax nella natura e al divertimento dei più piccoli.

Nel progetto, interamente redatto dall’ufficio tecnico comunale, con grande risparmio per le casse dell’Amministrazione guidata da Pietro Mangiafico, sono previste inoltre zone da dedicare agli spettacoli all’aperto.

«Il progetto che abbiamo presentato – spiega il sindaco Mangiafico – prevede una nuova illuminazione e nuovi percorsi che permettano di passeggiare all’interno della villa.

Inoltre saranno realizzati dei gazebo in ferro battuto per coprire alcune aree e altri da dedicare agli spettacoli e alle serate dei solarinesi».

da SIRACUSANEWS.IT

Paolo Doronzo e la riqualificazione dell’ex distilleria di Barletta

La riqualificazione dell’ex distilleria di Barletta nella tesi di Paolo Doronzo
Lo studente barlettano ha vinto il premio “Barletta Cultura Operosa”
Un interessante lavoro di sociologia urbana

Vincitore del premio “Barletta Cultura Operosa 2011″, il giovane studente universitario Paolo Doronzo offre alle pagine di Barlettalife una sintesi della sua preziosa tesi di laurea dedicata interamente alla riqualificazione dell’ex distilleria di Barletta.

Con questa tesi in sociologia urbana, discussa lo scorso ottobre e premiata insieme ai lavori di altri brillanti studenti lo scorso novembre proprio nelle sale dell’ex distilleria, ora destinate al GOS, Paolo Doronzo ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Storiche, curriculum in storia moderna e contemporanea, presso l’Università degli Studi di Bari.

«La mia tesi verte sul proporre una riflessione concreta su questioni che si rendono protagoniste delle vite delle nostre città e comunque dei nostri spazi comuni. Gli argomenti trattati infatti riguardano essenzialmente il raggiungimento di obiettivi di riqualificazione e riuso di vecchie strutture, nel particolare soprattutto industriali, attraverso un percorso di coinvolgimento dei cittadini. La partecipazione diviene oggi una necessità vitale per le comunità, urbane e no, per tentare di rispondere alla decadenza politica, amministrativa e soprattutto culturale di questi anni.

Ormai nelle nostre realtà nazionali e locali il ruolo che in passato ricoprivano i principali partiti politici, cattolici e socio-comunisti, di trait d’union fra le richieste dettate dai bisogni dei cittadini e le Istituzioni, viene sostituita dalla partecipazione movimentistica. E’ cominciata una sostanziale proliferazione di quei gruppi associativi di cittadinanza, che si sono inseriti proprio negli spazi vuoti lasciati appunto dalla politica. Questo è avvenuto dalla fine degli anni Ottanta in poi. In passato il ruolo partecipativo dei movimenti sociali urbani aveva un ruolo, e anche degli obbiettivi, assai diversi da quelli odierni. Nei decenni precedenti i movimenti sociali avevano un’altra matrice, più generale e generica.

Questi si battevano per questioni di più ampio respiro, come i diritti civili dei neri, soprattutto negli USA, oppure per la tutela dei lavoratori o di alcune categorie di essi, o i diritti delle donne, il pacifismo… Più recentemente, il campo dei movimenti si è fatto più complesso e frammentario: tutt’altro che scomparsi nelle società urbane, sono diventati sempre più numerosi e diffusi, hanno assunto caratteri più orientati su identità che si allontanano dai concetti politici di conflitto di classe, concentrando la loro attenzione su questioni riguardati gli stili di vita nelle singole realtà urbane.

Oggi le questioni sono “ridimensionate”; infatti ci si occupa di singole realtà urbane, riqualificazione di rioni, si pensi a Monti a Roma, restauro di edifici storici, singoli problemi: l’illuminazione, il verde pubblico… Inoltre l’analisi va ad esacerbare quelli che sono i concetti chiave dei movimenti per la riqualificazione delle nostre città o di parti di esse, e il riuso di alcune strutture, anche ex industriali al fine soprattutto di rispondere alla domanda di cultura, oltre che ovviamente di servizi nelle città, resasi sempre più sofisticata negli ultimi decenni.

Altro elemento è quello dell’identità urbana: è difficile dare una definizione univoca. Infatti l’identità, oltre ad essere quel motivo di distinzione della singola realtà, urbana in questo caso, che dunque spinge verso una via di sviluppo e rappresentatività particolari, è l’elemento connotativo di uno spazio, di una città. La memoria dei suoi abitanti, sebbene distratta e a volte cancellata, dai ritmi della globalizzazione, è impregnata di un’immagine che serve ad orientarsi nel territorio.

Un altro punto su cui ci si sofferma è il tema dell’archeologia industriale. Ci si sofferma anche sulla trasformazione di ‘domanda di città’ che naturalmente si evolve con il concetto d’identità urbana. Quindi la necessità di contrastare la speculazione edilizia, che si fa così aggressiva, non tenendo conto dei caratteri estetici, di valore storico e sociale dei luoghi. E’ nuova la tendenza a rivolgere l’attenzione al “già costruito” più che ad un ulteriore espansione delle città, ai danni della campagna circostante e creando quelle separazioni così nette fra centro e periferia.

Questi concetti sono divenuti fondamentali del percorso riqualificativo insieme con altri, come la preservazione di un bene a cui viene riconosciuto il valore storico-culturale, spingendo a riconoscere come opera d’arte un contenitore di arte stessa, come è accaduto con la Gare d’Orsay di Parigi, stazione ferroviaria del 1900, ormai in disuso da tempo e nel 1986 venne adibita a museo.

Sicuramente questo esempio è stato ispiratore per il movimento barlettano per il recupero dell’ex Distilleria, descritto come caso di studi, come si legge in tutte le interviste di indagine sociologica rivolte ad alcuni esponenti del FRED ( forum per il riuso dell’ex Distilleria). Oltre a descrivere la storia di questo opificio costruito nel 1882 in una prima parte, poi pian piano ampliato, ci si è voluti soffermare sulla descrizione dell’esperienza di questo movimento nei primi anni Novanta.

L’area è di circa 50000 metri quadri, alcune strutture, anche se oggi fatiscenti a causa dell’incuria e dell’effettivo stato di abbandono, sono di pregio architettonico, soprattutto nella struttura centrale, in stile fine ottocentesco, le decorazioni in ferro battuto in stile liberty, i suoi bugnati, le coperture e inoltre i macchinari ancora presenti in essa; si trova in un’area poco distante dal centro, solo separata dalla ferrovia, naturalmente rappresentando prima una zona fuori città. La Distilleria ha cambiato diverse proprietà fino gli anni ’60, in cui è iniziato il cammino verso la chiusura e l’abbandono.

A fine anni ’80-inizio ’90 si voleva procedere alla demolizione; così il gruppo di associazioni e cittadini, poi divenuto FRED, si è opposto avanzando la richiesta di tutela da parte del ministero dei beni culturali, giunta con un Decreto. In seguito il FRED si è battuto per l’acquisto dell’area da parte del Comune, avvenuta solo nel 2004, inserendo la questione della riqualificazione nell’agenda amministrativa locale, anche grazie alla partecipazione in politica di alcuni esponenti.

E’ stato questo un caso esemplificativo della partecipazione di movimenti sociali urbani all’interno di una realtà utilizzando proprio quelle modalità usate in questi casi dalla sociologia urbana, quindi conferenze, mostre fotografiche, dibattiti cittadini, petizioni, campagne stampa, volte ad attrarre l’attenzione della cittadinanza e dunque della politica sulla questione. Dal 2004 qualcosa si muove, ma molto lentamente dovendo inseguire di volta in volta i vari bandi europei e regionali per avere i finanziamenti necessari. E’ partita recentemente l’esperienza del laboratorio urbano GOS negli ex magazzini, restaurati in modo da conservare l’aspetto originale della struttura; costruite delle palazzine destinate agli anziani; realizzato un orto botanico nell’area non ancora inaugurato».

da BARLETTALIFE.IT

Aosta : il Castello di Introd con le sue storiche serrature in ferro battuto

Castello di Introd

In posizione pittoresca, a 880 metri di altitudine, deve il nome “Interaquas“, Entre Eaux in francese, alla sua localizzazione tra la Dora di Rhêmes e il torrente Savara.

Introd si trova all‘imbocco della Valle di Rhêmes e della Valsavarenche, due delle tre valli valdostane che fanno parte del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

E’ un paese agricolo, già feudo dei baroni Sarriod, di cui conserva il castello del 1260, voluto da Pierre de Sarriod che prese il titolo di Signore d’Introd. La struttura è formata da un corpo di abitazioni a pianta poligonale al centro del quale si eleva il nucleo originario, costituito dal mastio a pianta quadrata.

Nei pressi del castello è da vedere la cascina Ola, un‘antica costruzione rurale in legno e muratura, di epoca cinquecentesca. Questo edificio è stato preso come esempio architettonico quando furono realizzate le stazioni ferroviarie in Valle.

Il castello primitivo risale probabilmente al XII secolo; come il castello di Graines, all’origine consisteva in un mastio quadrato circondato da una cinta di mura.

Verso il 1260 Pierre Sarriod d’Introd ampliò il castello primitivo che, in seguito alle modificazioni del XV secolo, assumerà la forma poligonale quasi arrotondata che lo distingue tuttora dagli altri castelli valdostani. Queste trasformazioni segnano l’apogeo del casato Sarriod, nelle cui mani erano state riunite le signorie di Introd e di La Tour (Saint-Pierre).

Il castello subì due rovinosi incendi nella seconda metà dell’800 e venne poi restaurato all’inizio del ’900 dal cavalier Gonella che si avvalse dell’opera dall’architetto Chevalley.

Sulla spianata di fronte al castello si è conservata una magnifica struttura, uno dei rari esempi pervenutici di costruzioni interamente in legno tipiche dell’architettura del basso Medioevo valdostano: è il granaio quattrocentesco, dove si immagazzinavano il grano e le sementi.

Le due porte sono dotate di serrature in ferro battuto, entrambe databili all’epoca della costruzione; una, di particolare bellezza, rappresenta un castello.

Di proprietà dei Conti Caracciolo di Brienza e concesso in comodato al Comune di Introd, la gestione del Castello è stata affidata alla Fondation Grand Paradis che ne garantisce la fruizione.

da GRAND-PARADIS.IT

La Brughiera Villa d’Almè

La grotta stellata dell’artista Arrigoni

Giunti a Villa d’Almè, proprio mentre state per rinunciare alla meta, distratti dal su e giù dell’antica pieve, vedrete comparire un cancello di ferro battuto nascosto dal verde e l’ insegna discreta della Brughiera.

Traversati il curatissimo vialetto all’italiana e il dehors, gli ospiti, prima del pranzo, sono soliti indugiare in una grotta-paradisiaca presidiata da una fiammante Berkel, la Rolls Royce delle affettatrici: lì, ad attendervi lardo, pancette, prosciutti e una torta d’ erbi nell’ antica versione.

Sarà pure una grotta, ma nulla di preistorico alle pareti, bensì centinaia di etichette che farebbero invidia al barone Rothschild. Se ne prende cura il sommelier Patrizio Casali: con la sua erre francese sa rendere chic anche un ruspante lambrusco.

Parrebbe insignificante per un patron nascere in Lunigiana, ma questo è l’ imprinting gastronomico di Stefano Arrigoni. Figlio d’ arte, ha come scopo della vita scovare gli ingredienti migliori dalle sue terre, ma non solo. Nel frattempo, esercita l’ arte dell’ accoglienza, oggi tanto rara. Emblema dell’ arredo colto – Arrigoni è anche collezionista d’ arte – un fortepiano del 700 che ben coabita con le immagini dell’ artista fotografo Vincent Fournier alle pareti.

Se Arrigoni è la mente, lo chef Paolo Benigni, da 15 anni in cucina, è il braccio; un connubio durevole quanto raro è il segreto del successo di questa osteria stellata. Ogni piatto è impeccabile, dalla patata di montagna schiacciata alla forchetta con uovo e caviale iraniano ai fagioli caldi di Sorana con scampi; dalle bavette ai cappuccetti (piccoli moscardini del Tirreno) alla cervella di vitello dorata nel burro.

Persino la pasticceria, arduo banco di prova, non delude mai. Su ogni cosa, piatti, giardini e persone, aleggia una fine brezza ristoratrice: qualcuno la chiama buon gusto. 80 euro, esclusi i vini.

Roberta Schira

da CORRIERE.IT

Il Parco delle Statue di Budapest

Budapest, il cimitero delle statue

di Andrea Lessona

E’ una nebbia spessa, quella che avvolge lo Szoborpark. I resti di un passato pesante rivivono qui, alla periferia di Budapest, nel freddo del Parco delle Statue: una collezione unica al mondo di 42 sculture che ricorda gli anni della dittatura comunista in Ungheria.

L’edificio, tipico dell’architettura socialista, ha una facciata imponente di mattoni rossi: il timpano sovrasta le colonne che dividono le tre navate con portoni in ferro battuto. Su quello centrale, sempre chiuso, è incisa la poesia “Una frase sulla tirannia” del poeta e narratore ungherese Gyula Illyès. Ai lati, incastonate in due nicchie centinate, le sculture di Lenin, Marx e Engels accolgono i visitatori.

Una porta laterale mi conduce lungo un vicolo stretto, e il primo sguardo si posa su una vecchia Trabant azzurro sbiadito. Il custode, colbacco nero in testa, movimenti lenti, cerca di grattare via il ghiaccio della notte dai finestrini. La macchina, simbolo dell’Est Europa, è parcheggiata da anni nel cortile vicino al negozio di cimeli. La vetrina è piena di vecchie medaglie, accendini dell’Armata Rossa e fiaschette che ritraggono i volti dei leader comunisti. Appesi al muro, invece, spiccano i poster e le magliette dei dittatori sovietici nel mondo con la scritta “I tre terrori”.

Una radio d’epoca suona le marce rivoluzionarie del movimento operaio. Anche queste, raccolte in cd o in musicassette, si possono comperare da una signora anziana, riparata dietro i vetri appannati con una stufetta elettrica. Chi vuole può avere l’ultimo soffio del comunismo, racchiuso in una scatola di conserva. E’ in vendita, come i biglietti d’ingresso. Con 600 fiorini (poco più di due euro e mezzo) si entra nella storia.

Il parco, inaugurato nell’inverno del 1993, è a cielo aperto. Oggi come allora mancano le mura di recinzione che dovrebbero fare da cornice alla statue esposte: furono rimosse e portate qui, dopo la caduta del regime filo-sovietico in Ungheria. La nuova giunta di Budapest bandì un concorso per realizzare la struttura e raccogliere le sculture dislocate nella capitale magiara. L’architetto Eleod Akos junior ottenne l’incarico nel 1991, ma solo dopo che il Quartiere XII offrì il terreno sull’altipiano di Tétèny si iniziò a costruire il museo. Da allora, molti turisti stranieri e locali lo hanno visitato, anche se gli ungheresi non pensano volentieri a quegli anni.

La ghiaia grossa tratteggia il percorso: sei cerchi si uniscono a un settimo al centro. Qui, la poca erba ghiacciata per la brina, raffigura una stella a cinque punte. Ogni statua è contrassegnata da una targa che ne riporta il numero e una breve descrizione. La prima che incontro è il Monumento della Liberazione: un soldato sovietico con la bandiera al vento ricorda che l’Ungheria fu liberata dai nazisti grazie all’Armata Rossa. E’ un pensiero indelebile come la morsa cui fu sottoposta la popolazione per 45 anni e che viene celebrato con la statua dell’Amicizia magiaro-sovietica, lì vicino. Il tema ricorre spesso attraverso lapidi e targhe che si trovano lungo il tragitto.

Altre sono dedicate a Lenin. In origine il parco doveva conservare solo le sue sculture. Poi, vista la quantità di materiale lasciata dall’epoca socialista, fu deciso di ospitare tutte quelle tolte. Il leader del partito bolscevico, oltre alla statua all’ingresso del parco, è raffigurato all’interno in due metri e mezzo di rame: lo sguardo segue il braccio destro alzato che indica l’orizzonte di nebbia spessa.

La scultura più imponente è il Monumento di Béla Kun: è costruita in bronzo, acciaio cromato e rame. E’ stata realizzata da Imre Varga, uno degli artisti più in amati e apprezzati durante la dittatura. Rappresenta la liberazione del leader socialista nel 1919 e l’adesione degli operai al Partito Comunista. La figura di Béla Kun con il cappello in mano sovrasta soldati e lavoratori mentre li incita al nuovo ordine della Repubblica dei Consigli. Poco oltre, un monumento in bronzo alto nove metri e mezzo, raffigurato da soldati in fila, ne ricorda la storia e la breve durata.

Ma la struttura pensata e dedicata al popolo è il Monumento degli Operai: due mani alte verso il cielo grigio racchiudono una palla enorme. Prima era in plastica, ma dopo un atto vandalico fu rimpiazzata dal granito. La statua simboleggia i risultati sociali e politici dei tre secoli passati.

Anche Dimitrov, rivoluzionario bulgaro e comandante comunista, ha un posto di rilievo. La statua regalata a Budapest nel 1952 dai leader di Sofia è una volta e mezzo più grande di quella originale: 2,6 metri di bronzo. Quasi quanto quella di Ferenc Munnich, ungherese, che durante l’insurrezione del 1956 andò a Mosca per discutere dell’intervento militare sovietico contro il suo popolo. Ebbe un ruolo fondamentale nella lotta alla rivoluzione e nella rappresaglia contro il governo guidato da Imre Nagy.

L’allora primo ministro cercò di mediare le condizioni imposte dai russi con il volere dei magiari insorti: fu proposta l’amnistia per i dimostranti, l’abolizione del sistema monopartitico e la negoziazione per il ritiro delle truppe dell’Armata Rossa dall’Ungheria. Poi, si spinse oltre: dichiarò la neutralità del proprio Paese, tentando di spezzare il giogo che lo teneva legato al Cremlino.

Questo segnò la sua fine e l’entrata dei carri armati russi a Budapest. Arrestato insieme al generale Pal Maleter, un altro eroe dell’insurrezione ungherese, fu giustiziato il 17 giugno del 1958 con il militare e due collaboratori per “aver complottato contro la Repubblica Popolare”. Nel 1989, giorno nell’anniversario della loro morte, Imre Nagy, Maleter, tre altri uomini che erano morti in prigione e una sesta bara vuota, simbolo di tutti i caduti, ebbero una nuova sepoltura ufficiale con gli onori che si debbono ai martiri per la Libertà.

Mentre mi avvicino all’uscita, la radio continua a suonare la musica dell’epoca socialista. La signora anziana è sempre chiusa nel suo negozio di ricordi con i vetri appannati. Il custode cerca di lucidare la vecchia Trabant e di riportarla all’antico splendore.

Fuori, sul piazzale del museo, i raggi del sole dissolvono la nebbia spessa.

da ILREPORTER.COM