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Ringhiere in ferro battuto per la nuova libreria Mondadori a Sestri Ponente


Mondadori a Sestri Ponente. L’inaugurazione della nuova libreria
Folla tra gli scaffali per l’apertura a Palazzo Lomellini, negli ambienti di Giglio Bagnara. C’è anche il vicesindaco Bernini. Il punto di vista di Lorenzo Coveri: «Una soddisfazione aver conservato un presidio di cultura»

Questa mattina Via Sestri, lo shopping mall a cielo aperto del Ponente, è più vivace del solito. Sarà il mercatino del sabato, sarà l’aria frizzantina di fine Estate di San Martino, sarà l’atmosfera prenatalizia che pure, quest’anno, stenta a farsi sentire. Ma è, soprattutto, il giorno dell’auspicata e attesa apertura, nei locali di Giglio Bagnara precedentemente occupati dalla Libreria Coop, della nuova libreria Mondadori.

Al taglio del nastro, le autorità (il vicesindaco Stefano Bernini, il presidente del Municipio Medio Ponente Giuseppe Spatola con l’assessore alla cultura Fabrizio Gelli, il presidente della Camera di Commercio Odone, un raggiante Enrico Montolivo amministratore delegato di Giglio Bagnara che fa gli onori di casa nel bel Palazzo Lomellini).

La libreria (su due piani, a quello superiore la saggistica) è bella, luminosa, ordinata, con segnaletica nitida. E parte col botto: il giornalista-viaggiatore di lungo corso Pietro Tarallo presenta il suo libro sulla Namibia, nel pomeriggio sarà la volta della tastiera del grande Dado Moroni, lungo lo scalone dalla ringhiera in ferro battuto sono in mostra fino al 27 gennaio (Genova, luoghi, persone) le fotografie in bianco e nero di Alfredo Mortara.

La folla (soprattutto di signore) sciama tra gli scaffali e i banchi immacolati, incuriosita e attenta, la cassa batte i primi scontrini. C’è soddisfazione per aver conservato una libreria generalista a Sestri, ma anche qualche preoccupazione per la tenuta, in un momento di crisi come questo.

La chiave dovrebbe essere quella di integrare un buon assortimento di base (esteso, perché no, alla parascolastica: Sestri ha una nutrita popolazione studentesca) con una attenzione particolare al territorio (editoria locale, storia dell’industria e del movimento operaio) che fanno di Sestri (45.000 abitanti, più di quelli di un ex capoluogo di provincia come Imperia) una comunità coesa e vivace, orgogliosa della propria identità nell’ambito della Grande Genova.

Se ne ragiona col giovane direttore della libreria, Stefano Adami, un bresciano già conquistato dal sapore del pesto, che si dichiara disponibile all’ascolto e alla collaborazione con le diverse realtà della delegazione (la libreria è in franchising, il che dovrebbe garantire una gestione più autonoma e snella).

E, naturalmente non solo libri, e non solo presentazioni di libri: sinergie con musica, cinema, enogastronomia e altro, oltre all’ormai irrinunciabile connessione con i social network. Auguri, dunque. Staremo a vedere. A Sestri, non solo focaccia. Ma quella assortita del buffet inaugurale non era niente male.

Lorenzo Coveri

da genova.mentelocale.it

Cancello in ferro battuto in “Una casa di petali rossi” di Kamala Nair


“Una casa di petali rossi”. Un’apparente serenità

di Alessandra Stoppini

Una casa di petali rossi di Kamala Nair (Editrice Nord 2012) ha inizio con una lettera che la protagonista del romanzo ha lasciato prima di partire all’ignaro fidanzato addormentato. “Quando leggerai queste pagine, io sarò in volo sull’Atlantico, diretta in India. Ti sarai svegliato, solo, e avrai trovato l’anello di diamanti che ho lasciato sul comodino, sopra questi fogli che adesso tieni in mano”.

Rakhee Singh è apparentemente una giovane serena, realizzata “fra poche settimane mi laureerò in Architettura, a Yale, e comincerò una promettente carriera presso uno studio di design a New York” e possiede l’amore di “un uomo meraviglioso che mi ha appena chiesto di sposarlo”. Nonostante ciò la donna afferma “ancora non ho sconfitto i miei demoni” anche se “ho cercato di combatterli, di occultarli”. Una lettera giunta dall’India induce Rakhee ad affrontare il suo passato, a portare alla luce un segreto a lungo celato, una volta per tutte.

“Avere segreti era diventato una seconda natura, per me, un’eredità tramandata di generazione in generazione, come un cimelio di famiglia”. Ritornare dunque nella propria terra di origine, ripercorrere i passi che conducono “attraverso un prato sabbioso” alla casa dei Varma, la famiglia della Amma di Rakhee, Chitra. Là in quella dimora imponente “circondata su tre lati da una vegetazione un po’ troppo abbondante”, un’ampia scalinata di pietra cosparsa di petali rossi e delimitata da “alberi alti e sottili simili a colonne, dai rami frondosi e carichi di fiori rossi”, portava a un cancello di ferro battuto dove “era incisa la parola ASHOKA”.

La parola in sanscrito significa “senza dolore” ed era stata scelta dal nonno di Rakhee stimato medico ayurvedico. Ma in quella grande dimora situata nel cuore di Malamud villaggio rurale nel minuscolo Stato del Kerala all’estremità meridionale dell’India, il dolore si era manifestato troppe volte. “Per i primi dieci anni della mia vita ho abitato con i miei genitori in una grande casa ariosa in cima a una collina, a Plainfield, nel Minnesota”. Il passaggio in India, luogo esotico e misterioso permeato di profumi inebrianti e dalla vegetazione lussureggiante avrebbe cambiato l’undicenne Rakhee per sempre. “Benvenuti nel Kerala, il paese di Dio”.

The Girl in the Garden è il maturo ed elegante debutto letterario di Kamala Nair, subito un successo di stampa e pubblico grazie anche al passaparola dei lettori sedotti da una storia di un universo lontano ma intrigante. “L’idea di scrivere Una casa dei petali rossi mi venne una notte del 2004 durante un viaggio in India” ha confessato l’autrice. Il villaggio del padre della Nair nel Kerala aveva rappresentato per la scrittrice “un mondo antico e complesso, pieno di novità da scoprire”. Inoltre “la giungla spontanea, verdeggiante e selvaggia, era un posto perfetto in cui una bambina curiosa avrebbe potuto disseppellire antichi segreti”.

Kamala aveva ripensato al personaggio di Mary Lennox protagonista de Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, pubblicato nel 1909 le cui commoventi pagine avevano allietato la sua infanzia. Era nata così la trama di Una casa di petali rossi, dove Rakhee bambina curiosa e intelligente aveva trovato il coraggio di scavalcare un alto muro, oltrepassare un meraviglioso giardino e scoprire “la verità sulla misteriosa abitante della foresta”.

Un libro ricco di fascino che tocca molte tematiche, dall’amicizia adolescenziale al rapporto padri – figli e che contiene anche una lucida analisi dell’arcaica società patriarcale indiana, dove non c’è spazio per i desideri delle donne. Dietro i sari sgargianti e colorati indossati da Chitra, da Sadhana e da Nalini si nascondono aneliti, speranze e delusioni.

Molto bella e dolente la figura di Amma “dai capelli neri come la pece che le arrivavano sotto la vita, la pelle color del tè al latte, e gli occhi grandi e sognanti, scuri e intensi come un cielo senza nuvole”. L’acuta sensibilità di Rakhee aveva intuito che nella madre “c’era qualcosa di ultraterreno, era come se non fosse una donna di carne e sangue, bensì un sogno evocato dal nostro amore”.

In questo struggente romanzo il viaggio di formazione della piccola Rakhee era iniziato nel momento in cui era andata oltre il giardino seguendo il volo di una libellula giacché, come dichiara l’anziana zia Savitri: “Voi giovani… voi avete ancora una speranza. Andate, esplorate. Non abbiate paura di cercare la verità. Non c’è niente da temere”.

da ILRECENSORE.COM

Siringa con ago in ferro battuto nei ricordi di Francesco Guccini : “Il Dizionario delle cose perdute”


Guccini, nuovo cd a giugno: «Ma ora voglio scrivere libri»

di Simona Orlando

Urticanti matasse di pecora chiamate maglie di lana, insipide gingomme che affaticavano le mascelle, balli del dopoguerra in balere dai nomi sfrenatamente esotici, postini che suonavano due volte al giorno per portare lettere d’amore e non cartelle esattoriali, sigarette sciolte, braghe corte e gloriose croste sulle ginocchia: è il Dizionario delle cose perdute, scritto da Francesco Guccini per Mondadori, in cima alle classifiche di vendita (100.000 copie), anche in ebook. Che fosse una lettura divertente lui l’ha capito subito: «In mezz’ora ho tirato giù le cose che conservavo nella memoria e ridevo da solo.

Dopo averle pubblicate mi sono accorto di quante ne avessi lasciate fuori». Tipo la spuma? «Ah sì, la spuma, una bibita misteriosissima. O il traforo, che si faceva con compensato e seghetto». Ai giochi di strada Guccini dedica un lungo capitolo, tra lippa, fionde e cerbottane, raccontando le opere d’ingegno della miseria: «Eravamo inventori per necessità. C’era chi intagliava un pezzo di legno per costruire una pupazza alla nipotina. Oggi le mie nipoti sono cariche di giochi che dopo due giorni non guardano più. Però li accantonano per inventarne altri: significa che la fantasia non può morire».

Non è un’operazione nostalgica la sua, tanto che se gli chiedi se teme che in quest’epoca virtuale gli oggetti non contino più o che non nascano nuove tradizioni lui risponde ottimista: «I ragazzi ricorderanno comunque la gioventù, e un loro futuro dizionario non sarà meno prezioso. Quando si parla al passato ogni cosa si addolcisce, si guarda sempre con occhi più benevoli». Certo vuoi mettere quando al cinema pioveva e sul più bello si rompeva la pellicola?

Ma sono tante anche le cose di cui Guccini non sente la mancanza: la siringa di vetro con l’ago in ferro battuto, l’acconciatura a cannolo dei bimbi in foto (che li rendeva adulti ricattabili), la naia. Da piccolo sognava di essere scrittore e ora gli viene più facile metter giù un racconto che una canzone: «Forse mi manca l’atmosfera di quando tutte le sere ci trovavamo con chitarre a suonare cose diverse da quelle già fatte. Cantare e scrivere appartengono entrambe al mio modo di essere, ma di canzoni ne ho fatte tante, mentre sono indietro nella produzione, diciamo così, letteraria».

Eppure il nuovo disco è a buon punto e vedrà la luce forse a giugno: «Uscirà il cd, che io chiamo ancora LP. E non sbaglio del tutto visto che ne stamperò un migliaio per i collezionisti. Non so se si possano definire canzoni di attualità, certo sono nate da ciò che provo ora». Lui non guida, non ha il cellulare, e che i dischi si facciano al computer glielo hanno riferito: «Fui uno dei primi a comprare un personal computer, ma ho ancora lo stesso. Lo uso come macchina da scrivere e benedico il copia e incolla. Alla playstation ho rinunciato: sono di una generazione che non ha abbastanza dita». Non esclude il sequel del Dizionario delle cose perdute, magari legato al mondo musicale: «78 giri, musicassette, i nomi assurdi dei complessi, le sale-prove parrocchiali, curiosi impresari: ne ho di storie per la prossima volta».

da ILMESSAGGERO.IT

“Professione mannequin” : autobiografia di Ines de la Fressange


Inès inedita
I consigli di stile di Inès de la Fressange sono oggi best-seller mondiali. Ora è il turno di “Professione mannequin”, la prima autobiografia mai edita in Italia. Un libro che svela gli inizi, il successo e anche i momenti buii di Martina Marchiorello

“Quando ho compiuto 4 anni la bisnonna ha insistito per farmi confezionare un cappotto di ermellino su misura. Avevo anche un cappello, sempre di ermellino, con due piccole code”.

Con queste parole inizia l’autobiografia di Inès De la Fressange, ricordando un episodio della sua infanzia dorata, ricca di abiti e giocattoli, ma povera di affetto materno: “I miei genitori non si occupavano molto di noi, erano affascinanti e poetici, ma non avevano un gran senso di responsabilità”. Per fortuna c’è la nonna, una delle donne più ricche di Francia (erede della grande banca Lazard) che sopperisce alle mancanze genitoriali con affetto sincero e attenzioni speciali. È lei a iniziare Inès alla moda: “dalla nonna c’erano armadi pieni di haute couture. Patou, Balmain, Nina Ricci”, ma è l’epoca dello stile hippy e la giovane modella cresciuta a grandi firme setaccia i mercatini in cerca di pantaloni a zampa, magliette a righe e jeans strappati, rigorosamente no logo.

Troppo magra e anche un po’ irsuta, Inès non ha confidenza col suo corpo, tanto che la carriera d’indossatrice non viene contemplata: lei vuole diventare psichiatra infantile oppure avvocato. Professioni serie perché “per me fare la modella non era un obiettivo tantomeno poteva essere un mestiere”. Tuttavia provvisoriamente, per racimolare qualche soldo, si trova appena maggiorenne nella scuderia di Pauline, una delle agenzie di moda più importanti di Parigi. Da lì al primo servizio per Elle firmato da Oliviero Toscani il passo è breve. “A star is born” sentenzia il fotografo italiano appena Inès mette piede nello studio, ma lei davanti all’obiettivo si sente stupida e di quella giornata ricorda: “sono uscita dal mio primo servizio distrutta, senza euforia né soddisfazione.”

Evidentemente non la pensano tutti come lei perché da quel momento in poi la carriera della modella prende il volo: Germania, Giappone, New York. Nel 1981 la campagna dei cosmetici Dior consacra la sua immagine già conosciuta grazie alle passerelle di Thierry Mugler, Kenzo, Dior, Guy Laroche, Ungaro, Hermès. Alta, con i capelli cortissimi e mascolina, Inès non ha nulla dello stereotipo della modella, ed è questa la sua forza, come lei stessa conferma: “Io ero una tale catastrofe che non si poteva fare a meno di notarmi, ma alcuni hanno deciso che i miei difetti erano delle qualità”. Inès parla quando alle modelle non è richiesto nemmeno di sorridere, è irriverente, non si prende sul serio, non rispetta i diktat della passerella ma improvvisa piccole gag che divertono il pubblico. I confini canonici non le piacciono.

La sua fama fa il giro del mondo e quando giunge all’occhio di Karl Lagerfeld, non c’è più spazio per nessuno: lui la pretende. Nel 1983 Inès firma un contratto di esclusiva con Chanel e per i successivi 7 anni sarà l’ombra di Kaiser Karl, oltre che la sua musa. “La mia immagine era il prodotto della fantasia di Karl, non ero più una modella, potevo esprimere la mia opinione, seguivo il mio istinto e lui mi stimava”. Ma l’idillio non dura per sempre: il designer disapprova l’elezione di Inès a Marianne (il simbolo femminile della Repubblica francese) e dichiara “È volgare, non ho intenzione di vestire un monumento”. Così nel 1990 il contratto è annullato e Inès ricomincia da capo.

“Durante una cena Michel Pietrini e Henry Recamier, rispettivamente ex presidenti di Chanel e Vuitton, mi proposero di creare la mia azienda personale e darle il mio nome “Inès de la Fressange”. Quest’idea folle mi piaceva e accettai”. Il risultato? Una boutique in rue Montaigne a Parigi: 600 metri quadri, muri colorati, grandi lampadari di vetro, tappeti e mobili in ferro battuto, l’esatto contrario dello stile del tempo che prediligeva ambienti bianchi e spogli. A Inès del resto, piace andare controcorrente. La prima vetrina è un circo di cartapesta e gli abiti rispecchiano il suo stile mix&match: “si vendeva solo quello che piaceva veramente anche a me”, ovvero modelli classici, come cardigan e twin-set, con dettagli speciali o ripensati in colori allegri. Le prime settimane dopo l’apertura sono un trionfo di proposte, interviste e richieste di collaborazioni. Le collezioni sono allegre, rispondono alle esigenze reali delle donne e sono presentate da donne vere (tutte amiche di Inès) in cornici semplici e rassicuranti come giardini e appartamenti. Ma anche questo sogno ha vita breve: nel 1999 Inès viene licenziata con l’accusa di aver sfruttato il nome della sua azienda per pubblicizzare un portapillole. Il problema sono le divergenze coi soci e l’episodio diventa la goccia che fa traboccare il vaso.

Inès si deve reinventare, per la seconda volta e senza poter apparire: “lavoravo senza che il mio nome potesse comparire, ma questo mi lusingava perché dimostrava che venivo scelta per le mie competenze e non per la mia immagine”. Finché all’improvviso, alla tenera età di cinquant’anni ricomincia da dove aveva iniziato: dalla passerelle di Moschino, Hermès, Jean-Paul Gaultier. Una rinascita che precede i successi che verranno negli anni Duemila: dall’avventura come ambasciatrice per il marchio Roger Vivier, al ritorno di fiamma con lo stilista Karl Lagerfeld e Chanel.

da D.REPUBBLICA.IT

Il Pinocchio di Carlo Lorenzini, in arte Collodi


Un burattino di legno a San Miniato al Monte

Andrea Salvatici

C’era una volta…
“Un re! diranno subito i miei piccoli lettori.
“No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.”

E’ l’inizio di un capolavoro, della più celebre delle fiabe italiane, Pinocchio, la storia di un burattino di legno che diventerà uno dei personaggi letterari più famosi al mondo. Il suo inventore, Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi, è sepolto qui, nel cimitero monumentale di Firenze a San Miniato al Monte:”Le porte Sante”.

Di fronte alla sua cappella di famiglia, a guardare quel ferro battuto, quelle tende bianche messe a protezione dei curiosi, a sentire l’odore della pietra serena, avresti voglia di vedere non lontano da te un burattino che salta, che corre fra una lapide e l’altra rincorso dal custode del cimitero, arrabbiato e sudato, che grida:”Oh, figliolo, fermati…che direbbe i’ tu babbo se ti vedesse correre fra le tombe dei generali e degli scrittori famosi?”.

Pinocchio continuerebbe a correre e magari romperebbe qualche croce di marmo vecchio e graffierebbe qualche baffo solenne e dimenticato. Pinocchio è vivace, è malato di curiosità, è generoso, è distruttivo, è crudele. Pinocchio è tutto ciò che l’Italia post-Unità detestava come modello per i bambini: siamo fra il 1881 e il 1883. Guai a parlare di furti, di povertà, di voglia di vivere, guai a viaggiare in una regione povera, piena di furfanti e briganti, gente affamata che cercava di vivere con tre torsoli di pera, come Geppetto. Oggi, quel periodo storico non esiste più, ma Pinocchio è ancora vivo e scorrazza nella nostra fantasia suscitando in noi sempre nuove domande e voglia di giocare e di vivere tutto ciò che viene giudicato e moralizzato come negativo e nefasto. Carlo Lorenzini, e forse non se l’aspettava, ha scritto una delle favole più belle e più famose nel mondo senza disturbare nessuno. Solo i lettori del “Giornale per i bambini”.

Trovarsi in questo Cimitero Monumentale del passato e fermarsi davanti a questa piccola cappella e sapere che lì dentro riposa una fantasia capace di inventare un burattino di legno, libero di vivere tutto senza bisogno di sentirsi umano, suscita la riflessione che la fantasia non può essere chiusa, allucchettata. Benedetto Croce definì Pinocchio “il più bel libro della letteratura infantile italiana”. Dove la povertà, la crudeltà della vita, sono sconfitte da un burattino di legno bugiardo e dispettoso, grazie alle sue curiosità.

Lo scrittore toscano crea un’invezione inaspettata: le marionette di Mangiafoco riconoscono Pinocchio anche se, in base al racconto, non possono averlo mai incontrato, dato che Geppetto l’ha appena liberato dal pezzo di legno. Idea straordinaria e unica. Pinocchio, di fatto, viene accolto da Pulcinella e Arlecchino in modo impetuoso: “Pinocchio, vieni quassù da me – grida Arlecchino – vieni a gettarti nelle braccia dei tuoi fratelli di legno!”. Quei fratelli che rischiano di essere bruciati pur di abbracciarlo. Non sono fratelli d’Italia, ma sono fratelli di legno. Semplici burattini che hanno una sensibilità, che piangono, che ridono, che accolgono, che fanno una rivoluzione, una festa sul palco pur di sentire Pinocchio vicino a loro. In un pezzo di legno si scopre una storia, una vita da raccontare, un mito da leggere. Ecco ciò che ha reso immortale Pinocchio.

Il corpo di Carlo Lorenzini è qui, in una cappella di famiglia, ma la sua fantasia ti costringe a voltarti e a cercare la sua creatura di legno, il suo burattino vivace e saltellante. E quel lucchetto giallo al catenaccio della tomba, che cerca di togliere al visitatore la possibilità di vedere e di entrare dentro, dove riposa il grande scrittore rimane lì impotente, pesante e inutile di fronte alla vitalità e alla curiosità di quel burattino che ancora oggi corre da una lapide all’altra ridendo a quel pezzo di storia italiana incastrata e dimenticata nel marmo. Ma questo può farlo solo un burattino chiamato Pinocchio.

da ILPOSTODELLEFAVOLE.CORRIERE.IT

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