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Design in ferro battuto per la boutique del cashmere Lorena Antoniazzi a Parigi


«Crisi? Boutique a Parigi e cashmere col microchip»
Lorena Antoniazzi firma da 20 anni maglieria d’alta moda e dà lavoro a 60 persone direttamente, più altre 60 micro aziende artigiane di tutta la regione

di Claudio Sampaolo

ferro_battuto_boutique_cashmere_lorena_antoniazziIl 3 marzo scorso, con lo spread in salita, il governo latitante, la borsa come sempre incontrollabile e l’Istat che censiva 1,2 milioni di nuovi disoccupati, Lorena Antoniazzi, griffe perugina del cashmere, ha aperto una boutique a Parigi. E nemmeno in un posto qualsiasi: al 10 di rue de Castiglione, portici squadrati e viali infiniti, cinque minuti a piedi da Louvre, Place de La Concorde, giardini delle Tuileries e Place Vendome, ben dentro la Parigi delle cartoline e del turismo. Una notizia non da poco, in forte controtendenza, ma forse proprio per questo passata quasi in sordina.

«Ci siamo buttati, a ragion veduta, e fin qui le cose sono andate proprio bene», sintetizza la signora Lorena, che non solo disegna da 20 anni tutti i capi prodotti dalla sua azienda, ma ha pure ideato e “schizzato” nero su bianco i mobili e gli accessori del negozio francese, una “bomboniera” in vetro, metallo, ferro battuto e legno d’olivo, «con un evidente riferimento alla nostra terra ed al made in Italy. Perché i nostri capi sono italiani e umbri al 100%, visto che oltre alle 60 persone che abbiamo qui in sede dove si lavora alla ideazione, ai campionari, alla commercializzazione e al marketing, ci sono altre 60 realtà regionali, piccole aziende artigiane di 3-4 unità ciascuna, che producono direttamente i nostri modelli, con una piccola percentuale attorno al 5% del totale fatta ancora a mano, con i ferri, come le nostre nonne di una volta. Un must, una esclusiva che tira ancora molto sul mercato».

La storia, anzi i disegni di Lorena Antoniazzi, partono da lontano, dalla quinta elementare a Verona, anno 1966.
«Avevo sempre la matita in mano, praticamente una appendice, e quando si presentò l’occasione con le celebrazioni per il centenario della Liberazione del Veneto, realizzai dei disegni che raffiguravano momenti di quel 16 ottobre, coi bersaglieri che entrano in città, disegni che furono addirittura esposti alla “Gran Guardia”, il museo più importante e prestigioso di Verona. Per una bambina di 10 anni una cosa stupefacente, ma per parecchio tempo quella passione è rimasta rinchiusa in qualche cassettino della memoria. Sapevo di avere queste capacità, ma pensavo ad altro. Per esempio all’atletica leggera. Sono sempre stata molto alta, così mi buttarono in pista sui 100 ostacoli, però visto che passavo molto sopra, che insomma staccavo bene, mi dirottarono al salto in alto, dove nel frattempo non si faceva più la “ventrale” ma il Fosbury, uno stile che mi riusciva bene, tanto che a 14 anni feci il record italiano di categoria con 1,81, meglio di Sara Simeoni, ed entrai in nazionale. Ho ancora da qualche parte un ritaglio della “Gazzetta dello Sport”, titolo “la pittrice del Fosbury”. Ho passato tre anni a Formia, presso il centro tecnico federale, ho conosciuto tanti che erano o sarebbero diventati dei campioni, come Pietro Mennea. Lui è stato il prototipo del vero uomo di sport, dell’atleta puro: tutto quello che ha ottenuto se l’è guadagnato con la fatica sul campo, con gli allenamenti, con la sofferenza che traspariva dalla mimica facciale. Per battere il suo 19’72″ sui 200 ci sono voluti 17 anni e forse aiuti esterni ai quali lui non aveva mai nemmeno lontanamente pensato. Aveva qualche anno più di me e spesso mi portava sulla sua cinquecento, lo accompagnavo a giocare la schedina. Un piccolo svago. Ho pianto molto quando è morto…».

L’esperienza con l’atletica s’è fermata lì?
«Praticamente sì, qualche guaio fisico, altre cose per la testa. ma la scuola dello sport è una scuola importante per la vita. Io avevo fatto il liceo artistico, seguendo la mia “vena”, ma poi non avevo avuto le possibilità economiche per iscrivermi ad architettura, a Venezia, ed a 20 anni ho cominciato a guadagnarmi da vivere, come commessa in un negozio di abbigliamento, sperimentando subito che mi intendevo di stile, qualità, colori. Devo dire che ero un po’ nipote d’arte, per via di nonno Pietro, sarto da uomo e di una zia sarta. Probabilmente la loro influenza è stata importante, tanto è vero che non ho mai comperato un vestito in vita mia, neppure da adolescente. Me li disegnavo e poi si facevano. Ho sempre vestito un po’ mascolina, anche da quindicenne adolescente, ricordo delle splendide giacche da uomo, perfettamente cucite dal nonno. Per farla breve, da commessa sono diventata “buyer” per cinque negozi, andavo sempre a Milano, dove ho conosciuto tutti i maggiori stilisti a cominciare da Enrico Coveri che mi ha voluto con sé. «Hai la stoffa della donna-prodotto», è stato il primo bel complimento che ho ricevuto nella mia vita, dopo quello della Gazzetta, si intende. Era il 1981 e fui mandata a Perugia, proprio per seguire il “prodotto” della Igi, che allora faceva i capi in pelle per lui.».

Quando ha ripreso in mano la matita per disegnare?
«Non molto tempo dopo. Mi chiamarono alla Ghinea, non sapevo nulla di maglieria ma grazie a due brave maglieriste ho appreso tutto quello che serviva, dai punti alle mischie. E per cinque anni ho avuto la fortuna di fare l’assistente ad un mito come Claude Montana, designer tra i più famosi al mondo. Eravamo a Parigi tutte le settimane, ho intessuto relazioni importanti, disegnato, fatto esperienze incredibili, uno dei periodi più belli della mia vita, finito un po’ bruscamente quando il proprietario dell’azienda, Francesco Ghini, cominciò ad occuparsi personalmente del nostro lavoro creativo. Ma siccome chiusa una porta si apre un portone, mi ritrovai a lavorare per Armani.».

estratto da giornaledellumbria.it

Dettagli in ferro battuto per la boutique atelier della linea sposa Alberta Ferretti Forever a Roma


Alberta Ferretti: prima boutique atelier dedicata alla sposa

ferro_battuto_Alberta_Ferretti_sposa_romaNel cuore di Roma, in un suggestivo chiostro di Via Belsiana, Alberta Ferretti apre la sua prima boutique atelier interamente dedicata alla linea sposa Alberta Ferretti Forever.

La boutique, in un palazzo del 17esimo secolo, si espande su 100 mq e propone soffitti e pareti a volta, nella tonalità del bianco puro, illuminati da luci soffuse che si riflettono su caldi pavimenti di moquette grigia.

Preziosi i mobili e gli oggetti d’arredo accostati per creare un’atmosfera romantica e accogliente: dal restauro di comode poltrone di fin de siècle ai dettagli in ferro battuto forgiati da pezzi originali, fino all’armadio specchiato come uno scrigno e al comò di legno antico, usato per custodire i gioielli per il giorno più bello.

Un’atmosfera perfetta per scoprire le autentiche creazioni d’Alta Moda realizzate nei tessuti più eterei e delicati con finissimi ricami e decorazioni mai uguali a sé stesse.

da fashiontimes.it

Ferro battuto per il nuovo flagship store di Lorena Antoniazzi a Parigi


Lorena Antoniazzi apre a Parigi il primo negozio monomarca
Il brand umbro punta su artigianalità e tracciabilità

Ferro_Battuto_Lorena_Antoniazzi_ParigiE’ parigino il primo negozio monomarca (flagship store) all’estero di Lorena Antoniazzi, brand dell’azienda perugina Sterne International specializzata nella lavorazione del filato in cashmere. Inaugurato nei giorni scorsi, durante la settimana della moda di Parigi, il nuovo negozio è situato nel cuore della capitale francese, in rue De Castiglione, tra place Vendôme e les Jardins des Tuileries. Materiali semplici, come legno d’olivo e ferro battuto, segnano la cifra stilistica del negozio che accoglie i clienti con una grande porta di metallo che incornicia lunghe tavole di legno grezzo.

Artigianalità e tracciabilità del made in Italy sono le parole d’ordine dell’azienda perugina che ha orientato il proprio percorso, negli ultimi anni sempre in costante crescita, puntando sulla formazione dei propri collaboratori e sulla tracciabilità dell’intero processo produttivo.

È di alcune settimane fa il brevetto ottenuto dall’azienda per il microchip inserito nell’etichetta dei capi attraverso cui è possibile risalire con date, spostamenti e luoghi di produzione, a tutte le fasi produttive: filatura, tessitura, rimaglio, trattamenti. Le collezioni di Lorena Antoniazzi sono realizzate interamente in Italia nella sede dell’azienda a Perugia.

Quello di Parigi – dove il brand umbro già aveva uno show room – è il primo negozio monomarca di Lorena Antoniazzi fuori dall’Italia e rappresenta il trampolino per raggiungere i mercati in maggiore espansione, in particolare quelli asiatici.

da ilsitodiperugia.it

Ferro battuto per il nuovo store Manila Grace a Milano


MANILA GRACE: UN NEGOZIO TUTTO NUOVO A MILANO

ferro_battuto_store_manila_grace_milano5Un concept moderno e attuale applicato a un palazzo storico e prestigioso in via Manzoni 43 a Milano. È questo lo spazio completamente rinnovato dove dal 23 Febbraio potete trovare la nuova collezione primavera-estate 2013 di Manila Grace e Manila Grace Denim, uno store che rispecchia lo spirito contemporaneo, giovane e di classe, dei marchi e dove la vostra shopping experience si rivelerà ancora più soddisfacente.

Lo Studio Giraldi, che si è occupato della realizzazione dell’arredo, ha studiato per Manila Grace un concept attuale: partendo da materiali naturali, li ha trasformati in arredi dal gusto metropolitano e minimal, caratterizzati da espositori in legno grezzo e ferro battuto.

Qui trovano perfetta esposizione le nuove borse e le nuove scarpe del marchio, proposti in colori vivaci e pop, must have della prossima stagione, da abbinare ai delicati abiti del marchio e ai suoi celebri foulard dalle stampe e varietà sempre nuove e irresistibili.

da grazia.it

Ferro battuto per Casa Dondup


Casa Dondup: dove la moda incontra il lifestyle

ferro_battuto_casa_dondupCasa Dondup, 400 metri quadrati che si sviluppano su due livelli dove la moda incontra il lifestyle, dove, tra tessuti, colori e profumi, c’è aria di continua scoperta e sperimentazione. La location prende vita da una vecchia autofficina trasformata in spazio multiculturale in cui design, fashion, musica, cibo e buona lettura convivono amabilmente. Qui, al numero 34 di via Sirtori, potrete scoprire e respirare tutta la filosofia del mondo Dondup.

Casa Dondup è un ritrovo, Casa Dondup è un esperimento, Casa Dondup è innovazione. Uno spazio nuovo dove la moda è il centro di tutto, ma non è la sola. Qui si sperimenta, ci si muove fra le meravigliose collezioni che ogni stagione la griffe propone alla sua affezionatissima clientela, si dà vita lo stile. Si aprono gli orizzonti a progetti paralleli, di design in senso lato. I 400 metri quadrati della residenza sono suddivisi in due livelli: il piano inferiore è dedicato in parte alla vendita dei capi della collezione donna e uomo Dondup ma c’è anche spazio per progetti di altri designer non per forza legati al mondo del fashion, che si adeguano e adattano perfettamente a quella che è la filosofia della griffe. E c’è ancora posto per dedicarsi anche all’ascolto di musica o alla lettura di un buon libro.

Al piano superiore si trova il ristorante, perché le cose buone sono legate da sempre all’ottima cucina. I piatti proposti sono quelli tipici delle tavole italiane, realizzati nel pieno rispetto delle tradizioni e degli antichi sapori, conditi e accompagnati da vino e olio di produzione della Maison.

Un luogo che sa di casa, che ti fa sentire a casa. Nell’universo Dondup l’atmosfera è accogliente, gioviale e allo stesso tempo diversa da tutto il resto. Il legno è sicuramente il materiale predominante dell’intera struttura, proposto nei suoi toni naturali che emanano calore e sicurezza. Altri materiali insoliti eppur innovativi sono il cemento grezzo e il ferro battuto che caratterizza alcuni dettagli delle sale. Materiali che si incontrano e si incrociano, che parlano di casa e di strada.

Ultimo, ma non meno importante aspetto di Casa Dondup, sono le luci che, al variare dei momenti della giornata, creano un’atmosfera sempre diversa, semplicemente unica, per rendere al meglio l’atmosfera sofisticata ma mai inibente.

Il design interno è curato completamente da Manuela Mariotti, che ha studiato meticolosamente ogni singolo dettaglio. Originalità e sperimentazione sono alla base di ogni idea partorita dal direttore creativo, che ha voluto così, anche attraverso questo luogo, comunicare la filosofia di Dondup, un crocevia fra moda e design, un luogo fisico e al tempo stesso ideale dove dare libera espressione al proprio essere.

da stylosophy.it

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