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Cancello in ferro battuto e sigilli per Villa Doveri
«Maxi evasione», sigilli a villa Doveri
L’imprenditore non avrebbe versato all’Erario quasi 2 milioni di euro, indagata anche la figlia a cui ha ceduto la casa
di Federico Lazzotti
Le statue di tre leoni appoggiati sulla base di altrettanti capitelli vigilano sui due cancelli in ferro battuto laccati di nero che danno accesso a villa “Doveri”, tre piani di immobile in stile hollywoodiano immersi nel quartiere San Jacopo in Acquaviva, tra il lungomare e il centro. Dentro al parcheggio una Porsche e una Mercedes si lasciano guardare nello spazio che intercorre tra le colonne che formano il muretto di cinta.
Sulle scale un angelo che suona il flauto segna l’ingresso alla casa.
Tra venerdì e sabato al campanello dell’immobile in via Montebello, tra il 97 e il 101, hanno suonato militari del nucleo tributario della Guardia di Finanza. In mano un decreto firmato dal giudice per le indagini preliminari Gioacchino Trovato con il quale veniva autorizzato il sequestro preventivo della villa per coprire una presunta frode fiscale milionaria.
«Una maxi evasione che sfiora i due milioni di euro e una compravendita fittizia per raggirare l’Erario». È questo, nello specifico, l’impianto accusatorio su cui si basa l’indagine coordinata dal pubblico ministero.
continua
Porta in ferro battuto disegnata da Gio Ponti per Villa Meissen
Villa Meissen
Durante la settimana del design si inaugura Villa Meissen, dove verrà esposta la nuova linea Meissen Home della celebre manifattura tedesca
Niente di meglio di una porta in ferro battuto disegnata da Gio Ponti, forse il più iconico degli architetti milanesi novecenteschi, per entrare in Villa Meissen: il primo flagship store italiano di Meissen, aperto da oggi nel capoluogo lombardo dopo un dinner placé per pochi invitati tenutosi ieri sera. Le stanze che si dipanano al piano terra della restaurata Casa Carcassola-Grandi, in via Montenapoleone 3, non tradiscono le aspettative di un ingresso tanto promettente.
La manifattura tedesca di squisita porcellana, la più antica in Europa, ha infatti restaurato uno spazio del XVI secolo tra i più significativi del quadrilatero della moda, con alti soffitti a cassettoni e affreschi di grottesche eseguiti da allievi del Raffaello, aggiungendo nella trasformazione uno spiccato gusto déco. “Milano è, storicamente, una città con profonde radici sia nella tradizione artigianale che nel design contemporaneo”, spiega spiega il CEO Christian Kurtzke, artefice della nuovo corso dello storico marchio tedesco fondato nel 1710.
“Rappresenta l’ubicazione ideale per Villa Meissen in quanto rispecchia la nostra filosofia di armonizzare valori tradizionali e processi moderni”. Già articolata in diverse sale, Casa Carcassola-Grandi è divenuta così l’ideale appartamento patrizio in cui esporre, con il suo naturale susseguirsi di zone giorno e notte, la nuovissima linea di arredamenti Meissen Home concepita dal direttore creativo Markus Hilzinger oltre alle linee di gioielli, accessori, tessuti e naturalmente porcellane. Un concetto globale, insomma.
“Chi visita il nostro spazio può immergersi in un’atmosfera di eleganza senza tempo e lusso sobrio di tradizione europea che occupa otto stanze tematiche per una superficie di oltre 350 metri quadri e può esplorare il mondo Meissen attraverso un’esperienza multisensoriale”, continua Christian Kurtzke. E si lascia trasportare quando descrive le opere di restauro che sono iniziate nel 2011, all’indomani della scelta di un edificio vincolato e protetto, per trasformarlo in una privilegiata finestra sul mondo di Meissen.
“L’edificio era sopravvissuto a diverse trasformazioni e danni provocati in periodo di guerra e tracce di attività risalenti a Casa Carcassola così com’era nel XVI secolo e prima erano in gran parte occultate. Vi erano elementi nascosti risalenti all’Impero Romano e mura medioevali coperte sotto strati e strati di intonaco, che ci siamo prodigati per rimettere a nuovo. Abbiamo svolto i lavori di restauro e ristrutturazione con estrema cura e attenzione ai dettagli intraprendendo un viaggio affascinante di ricerca volto a ripristinare l’antico splendore di ciò che era sopravvissuto del porticato, dei salotti e dei soffitti dalla volta alta degli interni”.
Ma oltre a guardare i soffitti, il visitatore resta colpito da alcuni dettagli della collezione Home: per esempio il pattern che riprende le due spade incrociate del famoso logo Meissen (uno dei più antichi al mondo ancora in uso) usato su pelle e tessuti, oppure i cuscini dipinti a mano con disegni dall’archivio storico della maison, o ancora la declinazione molteplice del settecentesco motivo Blossom su teiere di porcellana dorata o sui gioielli. Da non perdere, infine, il piatto limited edition che diventa un simbolo di Villa Meissen, perché riprende nei minimi dettagli l’affresco più importante di Casa Carcassola-Grandi. Restituito oggi a tutti gli amanti dell’arte.
Federico Chiara
da VOGUE.IT
Il Palazzo Rota Pisaroni di Piacenza e la “ragnatela” in ferro battuto
Palazzo Rota Pisaroni apre ai turisti, visite guidate dal 31 marzo
La città di Piacenza è ricca di tesori, spesso celati dietro le mura degli splendidi palazzi nobiliari. Per la primavera 2012, Atlante, società piacentina attiva da anni nel campo del turismo, propone l’apertura straordinaria del Palazzo Rota Pisaroni, sede della Fondazione di Piacenza e Vigevano (Via Sant’Eufemia 13), edificio del XVIII secolo tra i più eleganti e preziosi della città.
Il percorso di visita guidata, rivolto principalmente a piccoli gruppi e viaggiatori individuali, comprende il cortile, lo scalone d’onore, il salone di rappresentanza e l’alcova.
“Giuseppe Rota costruí dalle fondamenta questa dimora, l’abbellí e la finí anche nei minimi particolari nel 1762″: sotto il balcone centrale di Palazzo Rota Pisaroni, questa epigrafe ricorda al visitatore chi fu l’artefice di tanta bellezza.
Il Palazzo divenne molto famoso intorno al 1830, quando fu venduto alla famosa cantante lirica piacentina Rosmunda Pisaroni, che lo trasformò, oltre che nella sua residenza, nel “salotto buono” di Piacenza, dando ospitalità a molti esponenti della scena artistica e culturale del tempo.
La facciata si articola in tre ordini di finestre mosse da stucchi e motivi a conchiglia e mascheroni, che riprendono nelle loro linee morbide il flettersi della cornice marcapiano. Cosí descrive l’esterno del palazzo lo storico Ferdinando Arisi: “L’ingresso in granito rosa, è un gioiello del rococó, come il balcone che lo include e la ragnatela in ferro battuto che funge da aereo parapetto (…)”.
L’interno si articola secondo lo schema a U, tipico delle dimore signorili piacentine. Molto interessante è la controfacciata, con il porticato a cinque aperture, la loggia superiore e, all’opposto, una scala a due rampe divergenti aperta sul cortile. Tra gli ambienti, il più suggestivo è sicuramente il salone, dal complesso e raffinato impianto decorativo. Al centro della volta si nota la raffigurazione della Caduta di Fetonte circondata da una cornice ad affresco, opera di Luigi Mussi (Piacenza, 1694-1771).
Una ventina di dipinti ornano le pareti: particolarmente pregevoli sono le nature morte di fiori, frutti e animali di Margherita Caffi. L’alcova presenta invece una stupenda decorazione a stucco: la piccola sala ha un doppio lampadario ed un accesso segreto.
Lampade in ferro battuto per il ristorante Al Cancelletto a Camin di Padova
Ristorante Al Cancelletto Camin Padova
Locale aperto nel 1975, in tanti anni ha visto succedersi solo due gestioni.
All’interno le sale sono impreziosite da particolari vetrate colorate degli anni ’20-’30 appartenute a una villa milanese andata in decadenza; alle pareti le lampade sono in ferro battuto fatte a mano dal maestro Marsura.
I posti a sedere sono in totale 45 suddivisi in due sale, e la tranquillità che ne deriva é ben apprezzata da imprenditori e uomini d’affari che frequentano il locale. La cucina, e tutto quello che vi succede dentro, é facilmente visibile da una porta a vetro.
Il ricco menú é regionale ma anche stagionale, quindi varia quasi ogni mese abbinando alla carne o al pesce i frutti della terra. Tra le specialità la pasta fatta in casa con salse stagionali e la carne alla brace.
In estate si puó cenare all’esterno sotto una pergola di vite americana.
Un cancello di ferro battuto si apre sulla casa museo Cascella a Pescara
Pescara, museo Cascella: i tesori di una dinastia
Nella casa museo la più grande raccolta della famiglia di artisti
di Sandro Marinacci
Ti muovi in silenzio nella casa oggi museo. In silenzio e lentamente. Basilio, il patriarca, era uno che metteva in soggezione, burbero, altezzoso, baffi e pizzetto, la lunga e folta capigliatura. Figura imponente. Hai come l’impressione di trovarlo nel suo laboratorio oltre il vestibolo a incidere nella pietra litografica o a dipingere, con le finestre spalancate e la luce che inonda tutta la sala. La casa museo dei Cascella sta seminascosta tra i palazzi di Pescara Porta Nuova, via Marconi numero 45, a due passi dal fiume. In origine, 130 anni fa, era via delle Acacie e attorno c’erano solo il battito non lontano del mare e il profumo di salsedine.
Fuori l’hanno lasciata com’era, una villetta in mattoncini, grate di ferro battuto alle finestre; disuguale nella parte nuova, aggiunta con un intervento più recente. Sul muro del cortiletto oltre il cancello, un grande ritratto di Basilio con Tommaso e Michele giovanetti. All’ingresso, c’è ancora la scala di legno che Basilio saliva per andare in camera da letto, l’unica nel piano rialzato. Le altre stanze erano in fondo alla casa, dopo lo studio affollato di cavalletti, pennelli e colori. Nel centro il laboratorio litografico, con le pietre, il torchio, gli inchiostri.
Il professor Restituto Ciglia, 87 anni, storico dell arte, racconta di quando quella casa era abitata dai Cascella: «Sono nato un isolato più in là. Conosco i Cascella da una vita, li frequentavo da bambino perché lì lavorava mio padre Cetteo che faceva il litografo con Basilio. Io andavo da lui e giocavo con i figli di Tommaso, Andrea e Pi
etro, quasi miei coetanei. Il museo conserva i profumi di quel tempo». Tutto è stato così per oltre mezzo secolo in questa casa, anche quando Basilio Cascella eletto deputato (nel 1929) lasciò Pescara per trasferirsi a Roma – dove ha vissuto fino al giorno della scomparsa, il 24 luglio 1950 – e restarono ad abitarci il primogenito Tommaso, la sua prima moglie Susanna e i loro sei figli. I due maschi, Andrea e Pietro, saranno gli scultori molto celebrati. Tommaso c’è rimasto per 36 anni, fino al 1966 quando l’ha donata al comune di Pescara. Dal 1975 è diventata un museo, che la città considera un reperto prezioso della sua storia.
Dentro queste mura si conserva una collezione unica al mondo in un percorso espositivo di 550 opere di valore. Sono ospitate in dodici sale, dieci nella parte originaria dell’edifico e due nell’ala nuova, piano terra e primo piano. Nel cuore del museo ecco le possenti “Cavaliere nero” di Andrea che ha vinto la Biennale di Venezia del 1964, e la “Sentenza” di Pietro. Sui muri di fondo ecco “Portofino”, “Grattacieli di New York” e il colorito “Mercato del pesce a San Francisco”, tra i quadri più conosciuti di Michele; i dipinti di Tommaso “Corteo nuziale”, “Mercede dopo il raccolto”, “Madonna dei sette dolori”; le ceramiche decorative di Gioacchino. Nel secondo dei due salotti dedicati a Basilio, custodite in una bacheca si fanno ammirare le serie di acquerelli che ritraggono visi di giovani donne, volti bellissimi, pieni di luce.
Ma ti cattura un grande dipinto, “Il bagno della pastora”, che si impossessa e ridisegna lo spazio di tutta la sala. Ritratto di fanciulla desnuda in un ambiente bucolico tipicamente abruzzese, con la giovanissima moglie Concetta Palmerio modella prediletta che ricompare anche in altre opere. E’ verso l’inizio una sorpresa del museo, i disegni proibiti di Pietro. Per accedervi bisogna sostare un po’ nella seconda delle dodici sale, dove sono alcuni ritratti su cartoncino realizzati da Pietro, che si cimentò con matita e pennello prima di dedicarsi alla scultura.
Queste opere giovanili del secondogenito di Tommaso sono siglate solo con il nome, Pietro. «Il suo stile informale, trasgressivo rispetto all’idea figurativa classicheggiante, non piaceva a Basilio», racconta il professor Ciglia, «che gli proibì di firmarsi Cascella». Nel salone al piano rialzato sono esposte le matrici litografiche, le cartoline e l’album fotografico dei Cascella. Una grande bacheca a vetrina custodisce alcune copie de “La Grande Illustrazione” e “L’Illustrazione Abruzzese”, le riviste ideate dall’instancabile Basilio alle quali collaboravano i più noti scrittori dell’epoca, Luigi Pirandello, Umberto Saba, Gennaro Finamore, Filippo Tommaso Marinetti, Sibilla Aleramo, Matilde Serao, Grazia Deledda, Giovanni Pascoli. «Con queste pubblicazioni c’è anche un po’ di Ciglia nel museo Cascella», ricorda sorridendo il professore.
«Queste copie erano di mio padre, per lui avevano un valore affettivo senza confini, ci teneva più di ogni altra cosa. A sua insaputa un giorno, avevo meno di 13 anni, le mostrai a don Tommaso e non le ho più riavute. Figuratevi mio padre! Qualche tempo dopo Tommaso mi regalò in cambio un suo dipinto, l’Annunciazione, che conservo tra gli altri Cascella e oggi vale un capitale. Così quelle riviste sono finite nel museo». Ecco che cosa il visitatore trova nella casa pescarese dei Cascella.

























